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02 febbraio 2008

Into the wild

Ho visto il film di Sean Penn una settimana fa, e continuo a rimasticarmelo in testa. Le inquadrature finali, soprattutto.

Il film è meraviglioso, una delle cose più belle viste di recente - e la storia è vera, raccontata sulla base di un libro che negli Stati Uniti è un cult da tanti anni.
(Se non sapete come finisce, smettete di leggere oppure non mi rimproverate se poi parlo del finale).


La cosa che non mi torna è il dibattito che ho in testa, tra romanticheria (post)adolescenziale, e sacrificio della propria vita per qualcosa in cui si crede. Che poi, non è detto siano cose così diverse.

Diceva il poeta, per delicatezza ho perduto la mia vita.
Eccoci, siamo qui.


Pensare di sopravvivere in Alaska con mezzo sacco di riso, senza una mappa e l'equipaggiamento giusto, per chi ha provato anche poco (come me...) a fare su e giù per i monti, è un'idiozia. Lo dicono anche gli abitanti del posto, già molto incazzati per i mille ragazzi circa (e adesso aumenteranno a dismisura...) che ogni anno vanno in pellegrinaggio fino al bus / rifugio di caccia dove Chris McCandless, il protagonista vero della storia, è morto per denutrizione, a 15 miglia da un'autostrada, e soprattutto a poca strada da una cremagliera che lo avrebbe potuto portare facilmente dall'altra parte del fiume gonfiato dal disgelo, nel momento in cui aveva deciso di tornare e non ci è più riuscito.


La gente che nella natura ci vive, non potrà mai accettare queste cose.

Però invece a noialtri che abbiamo assaggiato il vagabondaggio, abbiamo alzato il pollice e macinato chilometri con lo zaino, una storia come quella di Chris McCandless ci chiama a piena voce. E chiede conto di tutto quello che ci siamo rigirati in testa, durante tutta quella strada.

E' la storia di Francesco, che lascia ogni cosa e va a vivere coperto di sacco nelle macerie di San Damiano. E' Walden, andai nei boschi eccetera eccetera - sempre quello dell'Attimo fuggente. E' la voglia di essere niente, di "chiamare le cose col loro nome" come ci ripete il protagonista della vicenda, è il fatto di scoprirsi una docile fibra dell'universo.










Ci riesce solo la poesia, ad avvicinarsi al senso di questa maniera di vivere. E la poesia fa a pugni col buon senso, in un modo doloroso e instancabile, da sempre.

Il rimpianto è solo quello di non poter sapere cosa sarebbe successo nella vita di Chris, se fosse riuscito a tornare. O forse, così sarebbe stata solo una storia come tante?



10 gennaio 2008

in rapida oportet scribere aqua

Oggi pomeriggio mi sono trovato, da solo, in una classe di un liceo classico.

I ragazzi (e dalla scrittura, soprattutto le ragazze), forse stimolati da qualche prof lungimirante, hanno riempito una parete, sotto l'insegna "ipse dixit", di fogli e foglietti scritti a pennarello colorato, pieni di citazioni di tutti i tipi.

Non manca naturalmente Federico Moccia e il suo 3msc, e nemmeno inaspettate citazioni di canzoni italiane (Guccini, Venditti, Masini... ma oh, siamo nel 2008?!) - ma da bravi studenti di liceo classico, soprattutto abbondano citazioni (in italiano!) da classiconi latini, o americani - e pochi italiani.

Hanno gusto, questi ragazzi - almeno, quasi tutti.
Ci sono le frasi di Nietzsche delle magliette, non manca il Che naturalmente, come non può mancare Hesse, e Gibran, e poi Ovidio e tanti altri.

E naturalmente, dato che fanno il liceo classico, avranno visto L'attimo fuggente, e si saranno identificati con i giovani protagonisti - che sono oggi, come si dice nel film, concime per i vermi
- e dritto dal film, c'è anche il buon Walden di Thoreau:


Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto.
Mi viene da chiedermi quanti di questi cuori emozionati dai discorsi di Robin Williams, poi abbiano mai passato una notte sotto le stelle o si siano accesi un fuoco, ma non è di questo che volevo scrivere...

Distrattamente ho buttato l'occhio ai fogli appesi, alle scritture colorate sul muro, ed è stata proprio una di queste a calamitarmi, e a costringermi a leggerle tutte. Era il vecchio numero 70 di Catullo, che ancora si fa scrivere a pennarello verde sul muro della classe:

quel che dice una donna all'amante bramoso
va scritto sul vento,
e sull'acqua che scorre veloce.

Dopo due millenni abbondanti, il ragazzo colpisce ancora, e ancora, generazione dopo generazione. Dritto in faccia, come era arrivato a me, lasciando un segno che ancora mi accarezzo con cura e indulgenza.

Fantastico, mi è rimasto un sorriso sull'angolo della bocca per tutto il pomeriggio.

01 gennaio 2008

cosa importa se sono caduto / se sono lontano...

A scriverle, certe storie non verrebbero così bene.

Allarme rosso, un pacco inviato a Mastella è stato intercettato da controlli di sicurezza a Roma, si tratterebbe di un manichino incaprettato, forse è un avvertimento mafioso, oppure un segnale da un detenuto, ma non si esclude la pista islamica, le autorità stanno indagando, eccetera eccetera.

Bravi, bravi.

Però era una scultura dell'artista bergamasco Giovanni Bianchini, già esposta a Bergamo mesi fa, una installazione sulle "extraordinary rendition" ossia sui rapimenti-legalizzati di cittadini di Stati europei compiuti dalla Cia, grazie ai quali oggi il cittadino italiano Abou Elkassim Britel è stato rapito mentre era in Pakistan, spedito in Marocco come un pacco postale, e lì buttato in galera per accuse di terrorismo islamico.

Kassim, come lo chiamano i suoi, è in galera da SEI anni in Marocco, il suo rapimento e arresto è stato condannato ufficialmente dal Parlamento Europeo (risoluzione n° 2006/2002 (INI)/feb 2007 ), e in Italia non risultano accuse a suo carico. E allora?

Kassim, è al QUARANTASETTESIMO giorno di sciopero della fame mentre scrivo, e i giornali italiani dando un altro ottimo esempio della loro fedeltà alle notizie e soprattutto alle regole base del giornalismo (Primo: verificare sempre le notizie...), corrono dietro alle cazzate di Mastella ma di lui non hanno ancora detto una parola - non hanno detto del sindaco di Bergamo che ha preso carta e penna per scrivergli una lettera di solidarietà, non hanno detto che ci sono un sito e un blog (scritto dalla moglie...) che raccontano la sua storia - eppure basta un clic per leggerla, non ci voleva tanto.

Allora lasciate perdere i giornali, e lasciate perdere anche questo blog, fatevi un giro su quello di Kassim, scrivete, mandate mail, perchè questa cosa non deve finire così.

13 ottobre 2007

Il nobel ad Al Gore

Tra un paio di giorni, il Blog Action Day chiederà di dedicare un articolo ai temi della difesa dell'ambiente. Mi porto avanti, e lo faccio prima.

Voglio fare ad alta voce le riflessioni che mi sto facendo in testa dall'arrivo della notizia del premio Nobel per la Pace ad Al Gore (e al Comitato Onu IPCC - che ovviamente nessuno cita mai... ma è la fonte scientifica di tutto quello che Gore racconta).

Intanto il film di Gore, Una verità scomoda - se non l'avete visto, cercatelo e vedrete un ottimo documentario (con qualche credo inevitabile pecca...) - è un film da Oscar che riprende le conferenze che Gore ha fatto in giro per il mondo. Di questi tempi, un miliardario (che come tutti i miliardari, i soldi non li ha fatti certo vendendo le caramelle all'angolo...) che decide di metterci tempo e soldi suoi per fare propaganda alla più scomoda delle verità, ossia quella che dovremmo smetterla con automobili, condizionatori d'aria ecc ecc o siamo fottuti, già mi ispira interesse e curiosità.

Il fatto che il miliardario sia la (ex-?) possibile alternativa a Bush, non mi interessa più di tanto - ma forse le cose sarebbero andate un po' diversamente con lui... o no?

Quello che mi interessa sottolineare è che, nonostante le migliaia di persone che pagano ogni giorno (anche con la vita!) l'opposizione allo sfruttamento sconsiderato delle poche risorse rimaste a questo pianeta, è solo quando arriva un Al Gore col suo documentario sul cambiamento climatico, che poi queste cose diventano tema di discussione - non al bar, ma almeno in luoghi dove qualche testa si raduna e rimane accesa.

Non mi piace, è un ruolo che dovrebbe avere la "politica", i partiti se volete, il movimento se credete, ecc ecc.
Però è un dato di fatto. E allora assumiamo questa realpolitik, e andiamo avanti. Mille volte meglio Al Gore che spende i suoi miliardi (sporchi... come sempre) per questi temi, che -per dire- Lapo Elkann che li spende in cocaina e cazzi in culo.

Perchè se fosse sfuggito ai sempre-(ciecamente)-indignati che dovrebbero essere la mia parte, le guerre mondiali (sì, avete letto bene...) degli ultimi 15 anni sono state TUTTE guerre per il controllo delle risorse energetiche e ambientali.
E allora tra un petroliere che fa rapina a mano armata di pozzi petroliferi altrui inviando l'esercito del suo Paese, e uno che fa conferenze sul disastro che stiamo combinando e su come ci coprano gli occhi per non farcene rendere conto, ancora si può scegliere con facilità.
Quindi io scelgo, sono contento di questo Nobel e spero che serva a far aprire gli occhi ad un po' di gente, su quanto le sorti dell'ambiente siano compromesse e su quanto NON potremo far finta di niente a lungo, nonostante i giuliani ferrara e tutti gli altri portatori d'acqua di Bush & C - intanto le Dolomiti si sgretolano, i ghiacciai sono spariti, gli insetti e le piante stanno cambiando...

Però vorrei che aprisse gli occhi anche chi poi dovrebbe organizzare l'interesse risvegliato dal lavoro del Gore di turno, proporre comportamenti, istituire leggi, vietare assurdità e vigilare che i divieti reggano.

Però.

Però mi ricordo che gli scazzi tra la visione di sinistra "tradizionale" di mio padre sullo sviluppo e l'energia, e quella "alternativa" di suo fratello minore, erano il condimento standard di pranzi e cene di famiglia già venticinque anni fa.
Possibile che per 25 anni questa roba sia rimasta nelle sale da pranzo, negli scazzi tra giovani e adulti, nei rapporti degli studiosi, mentre tutti gli altri di cui parlavo sopra pensavano... a tenere insieme i cocci di un Novecento fordista che finiva allora e che ancora oggi abbiamo tra le palle (con le sue fabbriche, operai, sindacati e tutto il resto)?

Propongo il mio premio personale a tutta la gente che conosco, che ho frequentato, e che non è poca, che fin da quando ero bambino girava con le spille "Nucleare no grazie", beveva l'acqua del rubinetto, si spostava in bici, comprava macchine piccole e le usava poco, guardava con attenzione ai pannelli solari e all'autoproduzione energetica, praticava e pratica comportamenti sostenibili.

Non è facile, ma non è l'insopportabile retorica sinistrese che aspetta dal cielo la rivoluzione, e intanto non fa un cazzo. Per cui dopo aver visto il film di Gore e aver ringraziato la Norvegia per il Nobel, fate un giro sul web e datevi una mossa.

Ci sono un milione di cose che si possono fare ADESSO.

17 gennaio 2007

Questioni di base

Il fatto è che Prodi ha detto di sì, dalla mattina alla sera, all'ampliamento della base militare USA di Ederle / Vicenza.

Il fatto è che non si tratta di una base NATO, ma proprio di una base USA.

Il fatto è che si tratta di una base di quell'esercito che ha inventato la guerra preventiva, che imprigiona i prigionieri di guerra in posti come Guantanamo (ne abbiamo appena parlato) senza alcuna garanzia di diritti umani; che spedisce decine di agenti segreti a Milano a rapire l'imam della moschea e a deportarlo in Egitto, torturarlo e tentare di estorcergli confessioni sulla sua attività sovversiva; che spara a Calipari mentre riporta a casa Giuliana Sgrena, eccetera eccetera. Il fatto che si tratti anche del Paese che vuole incarnare la migliore realizzazione della democrazia occidentale sul pianeta, è anche peggio secondo me.

Allora ci sono un po' di modi per uscirne.

C'è quello ideologico, semplice e diretto.
Una base militare americana non è una questione urbanistica, come dice Prodi.
E' una questione pesantemente politica, come dicono i cittadini di Vicenza che sono già scesi in piazza appena arrivata la notizia.
E ci sono tutti i motivi politici elencati sopra, e un po' di altri, per dirgli guardate, no grazie, lasciamo pedere - la base è già abbastanza grande così, di ampliarla non se ne parla proprio.
Almeno prima facciamo un referendum tra i vicentini, come ha detto il viceministro degli esteri Bobo Craxi ieri mattina, e vediamo cosa ne pensano.

Poi c'è la versione "real politik", ossia:
non si può dire di no agli USA, dopo avergli ritirato le nostre truppe dall'Iraq sotto il naso, avergli detto in faccia che l'intervento in Somalia è stato una cazzata, ecc ecc. - ok, facciamo che davvero non si possa. Allora giochiamocela, come fanno tutti:

vi diamo il permesso di ampliare la base, se ci estradate i militari USA colpevoli della strage del Cermis.
Se ci estradate i vostri agenti segreti che sono entrati in Italia per rapire illegalmente Abu Omar e portarselo illegalmente in Egitto dove l'hanno torturato e detenuto illegalmente.
Se ci dite cosa è successo davvero quando avete sparato all'auto di Nicola Calipari e Giuliana Sgrena.
Eccetera, eccetera eccetera.

E invece no.
Giù i calzoni, giù le mutande, e in ginocchio.

Penso che peggio di così non poteva andare.
Abbiamo fatto tanto, per non essere solo una porta-aerei americana nel mediterraneo.
Peggio di così non poteva proprio andare.

11 gennaio 2007

La strada per Guantanamo

Oggi sulla strada per Guantanamo c'è un corteo.

C'è la signora Cindy Sheehnan, a cui è morto il figlio in guerra, in Iraq. Non riesco a non pensare, che poteva non andarci.

C'è anche la signora Zohra Zewawi, che ha il figlio prigioniero dentro alla base, dove con tutta probabilità l'hanno spedito i compagni del figlio della signora Sheehnan.

Poi c'è Asif.

Asif io non lo conoscevo, fino alla settimana scorsa. Poi sono entrato in un Blockbuster, e ho noleggiato il dvd di un film che non mi è riuscito di vedere al cinema, "the road to Guantanamo".
Quello che vedete è il suo manifesto per gli USA.

Ma negli USA non l'hanno mai visto, questo manifesto, perchè è stato censurato. Dicono le autorità USA che questa immagine è inappropriata, potrebbe urtare i minori che la vedono, perchè induce a pensare alla tortura. Perciò il manifesto è stato cambiato in un primo piano sulle mani ammanettate.

Il fatto è che le mani sono quelle di Asif, è lui quello ammanettato, lui è stato torturato.

Asif è un inglese di origine pakistana. Sta a Tipton. Nel 2001 gli combinano un matrimonio, come avete visto fare in East is East, anche se siamo trent'anni dopo. Raggiunge il padre in Pakistan, la sposa va bene, ok: chiama dall'Inghilterra gli amici Ruhel, Shafiq e Monir per le nozze, e loro lo vanno a trovare.

Prima della cerimonia visitano il Pakistan, e arrivano al confine con l'Afghanistan proprio mentre si alzano i venti di guerra. Sentono accorati appelli ad aiutare gli afghani, forse sono sprovveduti, forse vogliono fare un'avventura prima del matrimonio, forse sono troppo idealisti... passano il confine e cominciano a girare l'Afghanistan mentre l'Alleanza del Nord avanza coperta dai bombardamenti americani (e il mullah Omar scappa in moto). Provano a ritornare indietro, non li lasciano, si ritrovano nell'occhio del ciclone: Monir scompare per sempre durante un bombardamento, gli altri tre vengono arrestati, minacciati di morte, sbattuti in prigione e poi deportati a Guantanamo.

Asif e i suoi amici a Guantanamo ci restano due anni, a subire celle di isolamento, torture psicologiche, privazioni, insulti, botte, interrogatori condotti da finti militari inglesi e veri agenti segreti inglesi, con nessuna intenzione di aiutarli ma con una voglia matta di giocare agli indiani e cowboys. Arrivano agenti della CIA con falsi filmati, false foto, false dichiarazioni - ad ogni frase detta dai prigionieri corrisponde una falsa prova, ma per fortuna i militari non ce la fanno neanche quando hanno tutto pronto, e cadono su alcuni dettagli fondamentali: in quella foto lì uno dei ragazzi ha una tuta adidas, ma lui ha dichiarato di avere solo pantaloni della tuta adidas; dall'altra parte l'altro è in un campo di addestramento di al-qaeda in Pakistan, mentre era sotto custodia legale della polizia inglese a Tipton... gli intelligentoni made in USA si sono dimenticati di controllare, troppo sicuri di sè come sempre, e da qui pian piano con una lunghissima guerra di posizione si arriva finalmente al rilascio dei tre.

Anni dopo Asif è lì fuori, oggi, e in mezzo mondo ci sono dimostrazioni contro la mostruosità della prigione di Guantanamo.

Contro lo scandalo del Paese che vuole insegnare la democrazia al mondo, e per farlo usa la tortura, la prigione senza processo, il disprezzo della convenzione di Ginevra sui prigionieri, la mostruosità giuridica che chiama "guerra preventiva".

Io oggi sono a letto con la febbre, ma quando ho visto il nome di Asif tra i dimostranti a Guantanamo, su una news della BBC, ho fatto un salto. Cosa avrà pensato, a ritrovarsi lì fuori?
Quanta forza ci vuole a ritornarci? Quanta ce ne vuole per uscirne fuori tutto intero, mente e corpo?

Chi vuole la pace, faccia la pace.
Chi vuole la democrazia, pratichi la democrazia.
La prigione sulla strada di Guantanamo non deve esistere.

USA for Africa (?)

Questo blog ha un destino strano, nasce con un verso di canzone per titolo e continua a parlare per canzoni, a rigirare frasi che nemmeno ricordavo più di aver sentito...

We are the world, cantavano le superstar americane delle canzoni venti anni fa, e coi soldi che tiravano su, finanziavano (?) interventi contro la tremenda carestia che colpiva per l'ennesima volta il Corno d'Africa: Etiopia, Somalia, Eritrea... ci hanno organizzato pure il LiveAid, su quella carestia, e già allora a me suonava male questo fatto che noi siamo il mondo - e loro?
Non mi sorpresi, quando si scoprì che tonnellate degli aiuti alimentari e medici raccolti fossero finite chissà dove, o rivendute, o lasciate a marcire. Strano più che altro, che nessuno se ne ricordò in tempi di Missioni Arcobaleno successive.

We are the world, lo vorrebbe dire ancora - forse lo vorrebbe pure cantare a squarciagola come Frank Sinatra, in prime time, il presidentissimo George Bush, mentre manda i suoi super bombardieri a sganciare bombe proprio lì, in Somalia: il mondo siamo noi, tutto il resto non conta niente - men che meno, qualche decina di disgraziati che una volta di più hanno commesso il grave errore di trovarsi sulla traiettoria di caduta delle sue bombe intelligenti.

Ma la perla qual è?
La perla è che il solito governo fantoccio "riportato al legittimo potere" dall'intervento etiope, si sbraccia subito a dire che "è pieno diritto degli USA colpire i sospetti di terrorismo".

Io non vorrei dire niente. L'ho già scritto.
Vorrei parlare di musica, di free software, di graphic novels... cose che danno un po' più il senso di cosa possa fare l'homo sapiens se si impegna. Ma come fai a stare zitto davanti a cose così?

Questi puntano il dito, gridano "Al Qaeda"... e partono le bombe! Ma ti sembra!?
Risultato finale?

Un altro po' di morti, un altro po' di motivi dati ai disgraziati del mondo per odiare gli USA, un altro bell'aiuto ai terroristi (quelli veri!) a reclutare gente... USA for Africa?

27 dicembre 2006

they dance alone

They dance alone era una canzone di Sting, negli anni 80.

Quando sei un ragazzino le canzoni ti scavano qualcosa dentro, sono insegnamenti importanti.
Diceva Bruce Springsteen in una delle sue più famose, sempre in quegli anni: "ho imparato di più da una canzone di tre minuti di tutto quello che ho imparato a scuola".

They dance alone parlava del Cile e dell'Argentina, delle donne di Plaza de Mayo che a Buenos Aires ballano da sole perchè i loro uomini sono stati fatti sparire da un regime sanguinario, violento, torturatore, fratello di quello che in Cile si è preso il potere un 11 settembre molto precedente a quello che oggi ricordano tutti.

La canzone diceva: signor Pinochet, cosa succederà quando non arriveranno più soldi dai suoi padroni?
Se la immagina sua madre a ballare da sola in piazza?

Poi da lì uno scava, ricorda, ricerca...
Ricorda da bambino, i compagni di tuo padre che dipingono murales alti tre metri con questa faccia con gli occhiali, e sotto con la difficoltà di chi ha appena imparato tu leggi "salvador allende" - e ti domandi che nome è, scritto così sbagliato...
Scava nei libri e scopre le strategie per impedire che un governo legittimamente eletto potesse fare le sue riforme di centrosinistra in un paese strangolato dalla dipendenza dagli Stati Uniti del premio nobel per la Pace Henry Kissinger...
Ricerca e ricorda di non essersi sognato, di averlo visto davvero Giovanni Paolo II "santo subito", affacciarsi al balcone insieme al signor Pinochet, in qualche tg di tanti anni fa.

Poi Pinochet si è messo da parte, a dormire come il drago Smog sui miliardi rubati al Cile e alle migliaia di persone che ha fatto sparire. I suoi torturatori sono ancora in giro, camminano e bevono il caffè al bar, passano accanto ai figli delle persone a cui hanno infilato fili elettrici nel corpo e poi buttato i cadaveri (se poi erano cadaveri..) in mare dagli aerei militari.

Poi Pinochet è stato messo sotto accusa, da tribunali europei, perchè non andava per il sottile e nelle sue prigioni sono finiti anche cittadini europei, o persone con la doppia cittadinanza.
Ma nessuno ha potuto vederlo dietro le sbarre. Nessuno ha avuto la soddisfazione di vederlo pagare.

In Italia negli anni 70 il segretario del più grande partito comunista del mondo occidentale, dopo il golpe di Pinochet ha dichiarato pubblicamente che non era pensabile prendere il potere tramite le elezioni direttamente - troppo rischioso, in Italia, come in Cile. Bisognava mettersi d'accordo con gli altri. E da lì sono cambiate un po' di cose in questo Paese.

Poi Pinochet è morto.
E io festeggio.

Stasera apro una bottiglia, come ha scritto Sepulveda che ce l'aveva nel frigo da anni.
E festeggio, penso a quelle donne che ballavano da sole.
Penso a quelli che hanno lodato le riforme previdenziali di Pinochet, in Italia. Pochi anni fa.
Penso alla CIA, all'operazione Condor, alle dittature militari degli anni 70 e 80 in tutto il sud America. Penso alla Tatcher che si è dichiarata addolorata di questa morte.

Penso che anche lei morirà presto e mi torna il sorriso.

Anche in Cile c'è gente che festeggia.
La polizia li carica, li arresta e li malmena.
I morti non torneranno.
Le possibilità e le speranze di quegli anni sono cancellate per sempre.
C'è gente in Cile che ricorda Pinochet con affetto.

Ma in Cile c'è gente che festeggia, e io stavolta festeggio con loro.

05 aprile 2006

Ancora un sogno, 38 anni dopo.



Grazie a WhiteLion che mi fa ricordare la ricorrenza: il 4 aprile del 1968 è stato ucciso Martin Luther King.


Vien bene, in questi giorni, ricordarsi del suo sogno.

A me fa impressione: quando avevo sei anni vale a dire nel lontanissimo 1978, in prima elementare quel sogno me lo sono ascoltato e riascoltato, nelle prove della recita che tutta la scuola ha preparato; e dato che in tv quell'anno c'era RADICI, ovvio che la recita scolastica fosse sulla vicenda degli afroamericani.

Se ci pensi un attimo, fa venir freddo: a sei anni, in tv c'era Radici, che in inglese fa Roots, mica una parola qualsiasi: insomma la storia di Kunta Kinte e di tutta la discendenza, raccontata dal suo pro-pro-pronipote Alex Haley -- e già questo è destabilizzante, in prima serata un telefilm che racconta cose da pazzi su quei santuomini degli yankees... E poi, tutta la scuola prepara per mesi una recita che diventa un'occasione per fare didattica tutti insieme, parlando di Luther King, di Malcolm X, delle Pantere, delle navi che partivano dall'Africa cariche di uomini e ne sbarcavano metà nel viaggio, in mare, morti...

In realtà non era tutta la scuola, ma solo le classi gestite da un gruppo di pericolosi insegnanti sovversivi che si era denominato Gruppo C, odiatissimo e infamatissimo da tutti gli altri, con ovviamente CL in testa e i preti a tuonare dal pulpito. Oggi... per una cosa del genere, si alzerebbero le barricate e si terrebbero a casa i figli, temo.

Ma intanto io lo so bene, cosa è capitato a Kunta Kinte e a tutti i suoi fratelli. Io che sapevo a malapena leggere, quella sera sotto Natale quando a inizio della recita, sono entrato in scena nel buio, vestito da schiavo e incatenato con altri dieci.

C'era una comunità, intorno a me: di mamme e papà e nonni, di altri bambini, di adulti venuti a vedere o a spiare - chissà se anche loro si ricordano così bene delle rosse colline della Georgia.

A me sono rimaste stampate, da qualche parte in testa. E oggi ho visto in giro il testo completo del Sogno, ed erano lì, ancora illuminate.

Ciao Martin, non sei da solo a sognare.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal”.

I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today!

I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of “interposition” and “nullification” — one day right there in Alabama little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.