Ho visto il film di Sean Penn una settimana fa, e continuo a rimasticarmelo in testa. Le inquadrature finali, soprattutto.
Il film è meraviglioso, una delle cose più belle viste di recente - e la storia è vera, raccontata sulla base di un libro che negli Stati Uniti è un cult da tanti anni.
(Se non sapete come finisce, smettete di leggere oppure non mi rimproverate se poi parlo del finale).
La cosa che non mi torna è il dibattito che ho in testa, tra romanticheria (post)adolescenziale, e sacrificio della propria vita per qualcosa in cui si crede. Che poi, non è detto siano cose così diverse.
Diceva il poeta, per delicatezza ho perduto la mia vita.
Eccoci, siamo qui.
Pensare di sopravvivere in Alaska con mezzo sacco di riso, senza una mappa e l'equipaggiamento giusto, per chi ha provato anche poco (come me...) a fare su e giù per i monti, è un'idiozia. Lo dicono anche gli abitanti del posto, già molto incazzati per i mille ragazzi circa (e adesso aumenteranno a dismisura...) che ogni anno vanno in pellegrinaggio fino al bus / rifugio di caccia dove Chris McCandless, il protagonista vero della storia, è morto per denutrizione, a 15 miglia da un'autostrada, e soprattutto a poca strada da una cremagliera che lo avrebbe potuto portare facilmente dall'altra parte del fiume gonfiato dal disgelo, nel momento in cui aveva deciso di tornare e non ci è più riuscito.
La gente che nella natura ci vive, non potrà mai accettare queste cose.
Però invece a noialtri che abbiamo assaggiato il vagabondaggio, abbiamo alzato il pollice e macinato chilometri con lo zaino, una storia come quella di Chris McCandless ci chiama a piena voce. E chiede conto di tutto quello che ci siamo rigirati in testa, durante tutta quella strada.
E' la storia di Francesco, che lascia ogni cosa e va a vivere coperto di sacco nelle macerie di San Damiano. E' Walden, andai nei boschi eccetera eccetera - sempre quello dell'Attimo fuggente. E' la voglia di essere niente, di "chiamare le cose col loro nome" come ci ripete il protagonista della vicenda, è il fatto di scoprirsi una docile fibra dell'universo.
Ci riesce solo la poesia, ad avvicinarsi al senso di questa maniera di vivere. E la poesia fa a pugni col buon senso, in un modo doloroso e instancabile, da sempre.
Il rimpianto è solo quello di non poter sapere cosa sarebbe successo nella vita di Chris, se fosse riuscito a tornare. O forse, così sarebbe stata solo una storia come tante?
02 febbraio 2008
Into the wild
Pubblicato da
michele
alle
6:29 PM
Etichette: film, giovani, into the wild, libri, mccandless, natura, penn, poesia, rimbaud, thoreau, ungaretti, usa, walden 1 commenti
10 gennaio 2008
in rapida oportet scribere aqua
Oggi pomeriggio mi sono trovato, da solo, in una classe di un liceo classico.
I ragazzi (e dalla scrittura, soprattutto le ragazze), forse stimolati da qualche prof lungimirante, hanno riempito una parete, sotto l'insegna "ipse dixit", di fogli e foglietti scritti a pennarello colorato, pieni di citazioni di tutti i tipi.
Non manca naturalmente Federico Moccia e il suo 3msc, e nemmeno inaspettate citazioni di canzoni italiane (Guccini, Venditti, Masini... ma oh, siamo nel 2008?!) - ma da bravi studenti di liceo classico, soprattutto abbondano citazioni (in italiano!) da classiconi latini, o americani - e pochi italiani.
Hanno gusto, questi ragazzi - almeno, quasi tutti.
Ci sono le frasi di Nietzsche delle magliette, non manca il Che naturalmente, come non può mancare Hesse, e Gibran, e poi Ovidio e tanti altri.
E naturalmente, dato che fanno il liceo classico, avranno visto L'attimo fuggente, e si saranno identificati con i giovani protagonisti - che sono oggi, come si dice nel film, concime per i vermi
- e dritto dal film, c'è anche il buon Walden di Thoreau:
Mi viene da chiedermi quanti di questi cuori emozionati dai discorsi di Robin Williams, poi abbiano mai passato una notte sotto le stelle o si siano accesi un fuoco, ma non è di questo che volevo scrivere...
Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto.
Distrattamente ho buttato l'occhio ai fogli appesi, alle scritture colorate sul muro, ed è stata proprio una di queste a calamitarmi, e a costringermi a leggerle tutte. Era il vecchio numero 70 di Catullo, che ancora si fa scrivere a pennarello verde sul muro della classe:
quel che dice una donna all'amante bramoso
va scritto sul vento,
e sull'acqua che scorre veloce.
Dopo due millenni abbondanti, il ragazzo colpisce ancora, e ancora, generazione dopo generazione. Dritto in faccia, come era arrivato a me, lasciando un segno che ancora mi accarezzo con cura e indulgenza.
Fantastico, mi è rimasto un sorriso sull'angolo della bocca per tutto il pomeriggio.
