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01 gennaio 2008

cosa importa se sono caduto / se sono lontano...

A scriverle, certe storie non verrebbero così bene.

Allarme rosso, un pacco inviato a Mastella è stato intercettato da controlli di sicurezza a Roma, si tratterebbe di un manichino incaprettato, forse è un avvertimento mafioso, oppure un segnale da un detenuto, ma non si esclude la pista islamica, le autorità stanno indagando, eccetera eccetera.

Bravi, bravi.

Però era una scultura dell'artista bergamasco Giovanni Bianchini, già esposta a Bergamo mesi fa, una installazione sulle "extraordinary rendition" ossia sui rapimenti-legalizzati di cittadini di Stati europei compiuti dalla Cia, grazie ai quali oggi il cittadino italiano Abou Elkassim Britel è stato rapito mentre era in Pakistan, spedito in Marocco come un pacco postale, e lì buttato in galera per accuse di terrorismo islamico.

Kassim, come lo chiamano i suoi, è in galera da SEI anni in Marocco, il suo rapimento e arresto è stato condannato ufficialmente dal Parlamento Europeo (risoluzione n° 2006/2002 (INI)/feb 2007 ), e in Italia non risultano accuse a suo carico. E allora?

Kassim, è al QUARANTASETTESIMO giorno di sciopero della fame mentre scrivo, e i giornali italiani dando un altro ottimo esempio della loro fedeltà alle notizie e soprattutto alle regole base del giornalismo (Primo: verificare sempre le notizie...), corrono dietro alle cazzate di Mastella ma di lui non hanno ancora detto una parola - non hanno detto del sindaco di Bergamo che ha preso carta e penna per scrivergli una lettera di solidarietà, non hanno detto che ci sono un sito e un blog (scritto dalla moglie...) che raccontano la sua storia - eppure basta un clic per leggerla, non ci voleva tanto.

Allora lasciate perdere i giornali, e lasciate perdere anche questo blog, fatevi un giro su quello di Kassim, scrivete, mandate mail, perchè questa cosa non deve finire così.

22 ottobre 2007

Who are the terrorists

Tanto per non lasciar cadere una tradizione di questo blog, di parlare con frasi di canzoni, andiamo a ripescare un vecchio Macka B: Who are the terrorists? / Who are the heroes?

In realtà oggi Macka B non se lo ricorda nessuno, nemmeno come ispiratore della più importante esperienza recente di mescola tra musica-underground-politica in Italia, quella dei 99 Posse, finita come è finita ma cominciata con una canzone, Rafaniello, che era una ritraduzione di Cocoa Nut di Macka B ricantata sullo stesso strumentale.

Però rimane, il senso fondamentale di quella canzone, a dirci che tante verità sono soltanto questione di punti di vista. Ad esempio in Italia abbiamo il decreto Pisanu, un bell'esempio di (ennesime) leggi speciali proprio per fronteggiare, guarda un po', il problema del "terrorismo islamico" visto alla tele con l'11 settembre.

Sempre alla tele, abbiamo visto il famoso generale Pollari annunciare di aver sventato un piano per un gigantesco attentato terroristico a Milano. Che uomo, eh?!

Da nessuna parte invece, fino a ieri, abbiamo visto la storia vera: un povero cristo libanese che si inventa informatore dei servizi segreti (sempre lì, si deve finire...) per alzare qualche soldo e qualche aggancio, e cosa gli viene in mente di fare? Denuncia il suo coinquilino siriano, lo accusa di essere un terrorista. Come li scelgono i servizi segreti, i loro informatori? Va beh, dopo tutti questi anni vi fate ancora queste domande...

Insomma la polizia fa irruzione a casa del siriano, come racconta Repubblica.it, sfonda la porta, lo carica in macchina fino in questura e lo espelle per direttissima. Usando le leggi speciali del decreto Pisanu - perchè il siriano è accusato di essere "referente di un complesso e consolidato circuito relazionale con esponenti del radicalismo islamico implicati in progettualità terroristiche".

Nessuno dei nostri ineffabili agenti sembra sapere che sullo stesso siriano è in corso una indagine della Digos di Milano, che proverà di lì a poco che le accuse erano tutte calunnie, e lui col terrorismo non c'entrava niente.

E allora a Damasco immaginatevi l'accoglienza festante: mazzate a valanga, prigione (siriana...) e due settimane di interrogatori. Poi, dato che i siriani a quanto pare hanno l'occhio più lungo della polizia italiana, la scarcerazione.

E adesso? Adesso niente.
Nessuno ha chiesto scusa, l'udienza di revoca dell'espulsione, presso il tar del Lazio, ancora non è stata fissata, e il nostro siriano è a Damasco, a guardare il calendario.
Per me non fa differenza, ma se volete vi dico pure che era incensurato, e con regolare permesso di soggiorno.

Who are the terrorists?
Who are the heroes?

06 ottobre 2007

Gira il mondo gira...









Ho fatto dieci giorni in giro per l'Europa, cose di lavoro.
Ho visto il mio paesello col cannocchiale, da lontano - e il mondo tutto intorno.

Ho visto i politicanti italiani affannarsi per correr dietro all'ultima moda di chiacchiere-da-bar (in questo caso, diminuire i costi della politica più costosa del continente... e meno efficace) senza capire che non è una cosa che li riguardi in alcun modo - o meglio riguarda il metterli in condizioni di non nuocere, e questi ancora si affannano a pensare di poter essere per cinque minuti protagonisti di qualcosa.

In seconda fila c'è la rivolta civile della Birmania, la seconda in 10 anni circa (qualcuno se ne era accolto l'altra volta? io si...). Gente che a mani alzate va a farsi massacrare, e lo dico letteralmente, da una delle dittature militari più bastarde del pianeta. Senza più fermarsi.

Poi parte la repressione, come sempre - e si parla di fosse comuni, di camion che schiacciano i manifestanti, di morti a montagne... ma va tutto bene, non si possono pestare i piedi alla Cina e i dittatori birmani sono amici suoi, quindi aspettiamo che il fatto non sia più di moda, come diceva Gaber, e lasciamo perdere... e per salvarci la faccia magari scriviamo qualche documento di condanna alle Nazioni Unite.

Intanto ancora una volta assistiamo ad un massacro testimoniato e raccontato dalla Rete: è tutto scritto, catalogato... qualche link è qui accanto, il resto lo trovate, facilmente, su qualsiasi motore di ricerca.

Non si può far finta che non stia succedendo niente.

02 maggio 2007

puttanate e paranoie... e preti, come sempre

Dice che al concerto del primo maggio, uno dei conduttori ha detto delle cose gravi contro la chiesa. Addirittura, scomodano il terrorismo, la lotta armata, la violenza politica.
E cosa avrà detto? Di sparare al Papa, magari stavolta prendendo meglio la mira?

Tale Andrea Rivera ha fatto dal palco del primo maggio, dal palco rosso dei sindacati confederali italiani, due o tre battute magari fuori luogo, ma assolutamente lontane anni luce da quello che gli stanno attribuendo. Ha detto che il Papa non crede all'evoluzionismo - perchè la Chiesa non si è mai evoluta. Ha tutto questo torto, pensando alle posizioni che esprime ultimamente? Ha detto che non è bello aver rifiutato i funerali religiosi a Welby, quando invece li hanno fatti a Pinochet e a Francisco Franco. Perchè, non è vero che è andata così?
Anzi io mi continuo a ricordare di Papa "santo subito" Woytila, che con Pinochet ci ha fatto pure una bella comparsata benedicente dal balcone, in Cile, quando tutto il mondo ormai sapeva delle torture e delle mostruosità del suo regime.

Allora sai che c'è? Adesso basta. Avete rotto i coglioni.
Il presentatore ha detto delle puttanate, poteva risparmiarsele. I fieri dirigenti dei sindacati italiani hanno subito calato le braghe, e potevano risparmiarsi pure questo. Ma le paranoie della CEI, quelle proprio volevo risparmiarmele tutte.

Uno scrive sul muro "Bagnasco vergogna" e si scomodano i questori, i parlamentari, i ministri, a valutare se non sia il caso di fare un'inchiesta antiterrorismo e di dare la scorta al cardinale.
Se scrivevano "Bagnasco okkio al kranio" cosa succedeva, proclamavano la legge marziale?

I preti non stanno a guardare e sull'Osservatore romano fanno dichiarazioni che, lette da Repubblica.it, mi fan venire i brividi; uno in particolare merita:

Qualcuno vuole aprire una guerra strisciante, una nuova stagione della tensione, dalla quale trae ispirazione chi cerca motivi per tornare ad impugnare le armi, per rivitalizzare organizzazioni che hanno perso su tutti i fronti, primo fra tutti quello della storia. Anacronismi.

Stanno parlando di loro stessi?

01 maggio 2007

la signora Marina ha vinto

Genova 2001: subito ripartono i fantasmi.

Genova 2001, voci e storie incredibili da radio popolare, io a letto con due vertebre imbizzarrite a cercare di far di tutto per alzarmi e andare, soprattutto dopo le notizie, il black bloc ha assalito la prigione, ci sono scontri, i carabinieri hanno sparato, è morto un ragazzo.

Genova 2001 è una montagna di immagini, filmati, siti web e testimonianze, di una cosa che secondo qualcuno non è neanche mai successa. Tra le tante, la copertina del numero speciale di Diario: una signora versa un po' d'acqua in testa ad un ragazzo che è una maschera di sangue, appoggiato ad un palo.

Quella signora si chiama Marina Spaccini; era a Genova con la Rete Lilliput, tante piccole associazioni, tante persone, anche molti amici miei. Erano quelli con le mani in alto, dipinte di bianco, a dire di un modo nuovo di intendere lo scontro tra maniere di vedere il mondo.

La Rete Lilliput a Genova nel 2001 è stata travolta da una carica dei reparti speciali dei carabinieri. Dice che inseguivano il Black bloc, hanno trovato i pacifisti con le mani in alto ed evidentemente devono essersi confusi, e giù mazzate a tutto quel che si muoveva.
Compreso il ragazzo con la maschera di sangue. Compresa, poi, anche Marina Spaccini, presa a manganellate in testa.

La signora Spaccini ha poco meno di sessant'anni, fa la pediatra. Assalita da un uomo e una donna in divisa, lei che pensava che le divise fossero al servizio suo e del suo Paese, come le aveva insegnato suo padre, partigiano e poi sindaco del suo comune... La signora Spaccini si domanda come sia stato possibile essere assaliti con tanta violenza, e senza motivi. Da una donna, poi.
Se lo domanda ad alta voce, e lo domanda allo Stato. Sporge denuncia.

Dopo sei anni, la signora Spaccini vince la sua causa. Dei centomila euro di risarcimento richiesti, gliene danno 5000. Ma non fa niente, lei ha sempre detto che bastava anche solo un centesimo, l'avrebbe dato in beneficenza: l'importante era avere giustizia. Solo che non si è capito chi fossero quell'uomo e quella donna in divisa che l'hanno assalita. Due carabinieri, due fra i tanti che inseguivano il Black bloc, hanno trovato i pacifisti con le mani alzate e devono aver fatto confusione.

Quindi il tribunale ha condannato il Ministero dell'Interno, responsabile ultimo della gestione dell'ordine pubblico. Da un lato, va bene: giustizia alla signora Spaccini. Dall'altro mica tanto: non c'era un ministro, a manganellare; non c'erano funzionari, dirigenti eccetera. Magari quelli avranno ordinato, o più facilmente lasciato fare. Però quelli che hanno fatto, che hanno manganellato in testa la signora Spaccini, hanno dei nomi e dei cognomi.

Sarebbe bello vedere loro condannati, a pagare o a finire dentro. Per una volta, facciamo pagare i colpevoli: sarebbe istruttivo, e anche rispettoso nei confronti di tutta quella gente, al Ministero dell'Interno o tra gli uomini in divisa, che di spaccare teste a chi non c'entra niente non si sognerebbe mai.

11 gennaio 2007

La strada per Guantanamo

Oggi sulla strada per Guantanamo c'è un corteo.

C'è la signora Cindy Sheehnan, a cui è morto il figlio in guerra, in Iraq. Non riesco a non pensare, che poteva non andarci.

C'è anche la signora Zohra Zewawi, che ha il figlio prigioniero dentro alla base, dove con tutta probabilità l'hanno spedito i compagni del figlio della signora Sheehnan.

Poi c'è Asif.

Asif io non lo conoscevo, fino alla settimana scorsa. Poi sono entrato in un Blockbuster, e ho noleggiato il dvd di un film che non mi è riuscito di vedere al cinema, "the road to Guantanamo".
Quello che vedete è il suo manifesto per gli USA.

Ma negli USA non l'hanno mai visto, questo manifesto, perchè è stato censurato. Dicono le autorità USA che questa immagine è inappropriata, potrebbe urtare i minori che la vedono, perchè induce a pensare alla tortura. Perciò il manifesto è stato cambiato in un primo piano sulle mani ammanettate.

Il fatto è che le mani sono quelle di Asif, è lui quello ammanettato, lui è stato torturato.

Asif è un inglese di origine pakistana. Sta a Tipton. Nel 2001 gli combinano un matrimonio, come avete visto fare in East is East, anche se siamo trent'anni dopo. Raggiunge il padre in Pakistan, la sposa va bene, ok: chiama dall'Inghilterra gli amici Ruhel, Shafiq e Monir per le nozze, e loro lo vanno a trovare.

Prima della cerimonia visitano il Pakistan, e arrivano al confine con l'Afghanistan proprio mentre si alzano i venti di guerra. Sentono accorati appelli ad aiutare gli afghani, forse sono sprovveduti, forse vogliono fare un'avventura prima del matrimonio, forse sono troppo idealisti... passano il confine e cominciano a girare l'Afghanistan mentre l'Alleanza del Nord avanza coperta dai bombardamenti americani (e il mullah Omar scappa in moto). Provano a ritornare indietro, non li lasciano, si ritrovano nell'occhio del ciclone: Monir scompare per sempre durante un bombardamento, gli altri tre vengono arrestati, minacciati di morte, sbattuti in prigione e poi deportati a Guantanamo.

Asif e i suoi amici a Guantanamo ci restano due anni, a subire celle di isolamento, torture psicologiche, privazioni, insulti, botte, interrogatori condotti da finti militari inglesi e veri agenti segreti inglesi, con nessuna intenzione di aiutarli ma con una voglia matta di giocare agli indiani e cowboys. Arrivano agenti della CIA con falsi filmati, false foto, false dichiarazioni - ad ogni frase detta dai prigionieri corrisponde una falsa prova, ma per fortuna i militari non ce la fanno neanche quando hanno tutto pronto, e cadono su alcuni dettagli fondamentali: in quella foto lì uno dei ragazzi ha una tuta adidas, ma lui ha dichiarato di avere solo pantaloni della tuta adidas; dall'altra parte l'altro è in un campo di addestramento di al-qaeda in Pakistan, mentre era sotto custodia legale della polizia inglese a Tipton... gli intelligentoni made in USA si sono dimenticati di controllare, troppo sicuri di sè come sempre, e da qui pian piano con una lunghissima guerra di posizione si arriva finalmente al rilascio dei tre.

Anni dopo Asif è lì fuori, oggi, e in mezzo mondo ci sono dimostrazioni contro la mostruosità della prigione di Guantanamo.

Contro lo scandalo del Paese che vuole insegnare la democrazia al mondo, e per farlo usa la tortura, la prigione senza processo, il disprezzo della convenzione di Ginevra sui prigionieri, la mostruosità giuridica che chiama "guerra preventiva".

Io oggi sono a letto con la febbre, ma quando ho visto il nome di Asif tra i dimostranti a Guantanamo, su una news della BBC, ho fatto un salto. Cosa avrà pensato, a ritrovarsi lì fuori?
Quanta forza ci vuole a ritornarci? Quanta ce ne vuole per uscirne fuori tutto intero, mente e corpo?

Chi vuole la pace, faccia la pace.
Chi vuole la democrazia, pratichi la democrazia.
La prigione sulla strada di Guantanamo non deve esistere.

06 ottobre 2006

Verità grido il tuo nome




Non è passata via così.
E' sempre lì di fianco, come una presenza, un fastidio in sottofondo.

Quando ero un ragazzino, la polizia ammazzava la gente per strada.
Nomi, storie lontane come quelle di Luca Rossi, storie di venti anni fa.
Quasi venti anni fa è nato Federico Aldrovandi, che venti anni non li avrà mai.
Lo vedete come è finito. Come lo hanno finito.

In un fermo di polizia: inizia con uno in divisa che dice "alt documenti", e finisce con un ragazzo morto, in terra, con le manette ai polsi.

ANCORA?

Se guardate un po' di post indietro, trovate la storia di Rumesh, a Como.
Adesso sta meglio, è in carrozzina ma si è rimesso.
Dopo la manifestazione che a Como ha salutato il suo ritorno, tutti i titoli dei giornali locali erano per le scritte sui muri lasciate dai ragazzi al loro passaggio.

Non sta bene leggere nei pensieri, ma li vedo ben chiari: "era meglio se lo ammazzavano, lui e tutti questi". Li vedevano chiari anche i ragazzi di Como, questi pensieri: per questo dopo il ferimento di Rumesh scrivevano sui loro cartelli "Sono giovane, sparatemi in testa".

A Ferrara non parla nessuno, i giornali locali hanno già emesso la loro sentenza un anno fa, il questore è saltato e adesso ce n'è uno nuovo, fanno le indagini, fanno il processo alla polizia -
e in testa subito partono le canzoni, sul potere che assolve sempre il potere...

Non mi interessano i colpevoli, non mi interessa colpa e punizione: mi interessano i conti.
Negli ultimi cinque anni, due morti e un ferito grave sempre con coinvolgimento pesante della polizia o dei carabinieri: Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Rumesh.
Tutte storie diverse, certo. Però mi viene da tenerle insieme.

Come le tenevano insieme i tanti ragazzi e non solo, che a Ferrara dicevano, Verità grido il tuo nome.

03 aprile 2006

Rumesh: Muri puliti, strade sporche di sangue

Come si fa a restare zitti, davanti a una storia così?
Un ragazzo di 19 anni sparato in testa da un vigile urbano.
Te la vedi la scena?

Un ragazzo, in una macchina con altri amici.
La squadra speciale della Polizia Locale di Como, nucleo anti-graffiti che blocca la macchina, agendo in borghese, saltando fuori armi in pugno. In silenzio? Non credo, e posso immaginare urla, ordini, i ragazzi contro il muro.

Poi parte un colpo.

PARTE UN COLPO?
Ancora?

Non ne sono morti abbastanza, di ragazzi, in questo paese, per colpi partiti da pistole tenute in mano da gente con la qualifica di "tutore dell'ordine"?
Anche senza tutto lo squallido contorno, il ragazzo scappava, no non scappava, la sicura non era innestata, e tutte queste altre cazzate... non è ora di smetterla, con queste storie?

Sul web fervono le discussioni, vi lascio la gioia di leggere di persona tutte le dichiarazioni ufficiali e gli sproloqui, ad esempio su Vivereacomo.com e dintorni linkati, con le belle parole di un vigile urbano che non trova di meglio da dire (ai giornali locali!) che riguardo a Rumesh che non si è fermato all'alt, "chi è in difetto è in sospetto", dimostrando qual è lo spessore di chi gira armato per le strade delle nostre città...

A me bastano i cartelli dei ragazzi di Como: sono giovane, sparatemi in testa.

Perchè il problema è tutto lì, come ha dichiarato a radio Popolare Nadir, amico di Rumesh e presente in quella macchina quella sera. Non è per i graffiti. E' per la vita contro la morte delle nostre città.

La vita dà fastidio, la vita fa rumore, fa colore sui muri grigi.
La vita a 19 anni in una città di provincia - bello questo ossimoro: c'è dentro tutta l'Italia...
Ovviamente non si tratta di regolamenti più o meno restrittivi per i vigili urbani - rambo di Como; e neanche di regolamenti sugli schiamazzi notturni, sugli spettacoli all'aperto, sulla musica dal vivo e su tutto quello che mi viene in mente se penso ad un posto vivo.

Si tratta proprio del vecchio Tacito: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Fanno un deserto, e lo chiamano pace.

E io ho sete e fame di vita e di giustizia.