Quando mi sfiora la poesia, la letteratura, fa effetto.
Quando non resta altro, quando ti fanno terra bruciata intorno gli sciacalli, i bravi, quelli che sono capaci, resta un po' di amaro nella pancia, una rabbia inconsulta da sfogare, e un senso di delusione così largo, che quasi non ci credi.
Poi arrivano due versi, un titolo, una cosa letta di corsa o raccontata, e subito si alza un'aria nuova, si apre il cielo e il sole mette una primavera tutto intorno. Mi metto la veste curiale, idealmente, in segno di rispetto a questo potere.
Sepolti sotto le macerie, ci sono frammenti di splendore. Tirarli fuori è faticoso, difficile come ricordarsi una cosa lontana. Ma quando li maneggi, questi frammenti, scaldano in un modo inconcepibile.
Grazie a chi li ha seminati dentro di me, allora.
E grazie a tutti gli incontri fortuiti che li fanno risuonare, nella corsa forsennata dove mi vedo come una figurina sbiadita.
Padre Dante, e tutti gli altri prima e dopo di lui... fate qualcosa, vi prego.
04 marzo 2008
una goccia di splendore
02 febbraio 2008
Into the wild
Ho visto il film di Sean Penn una settimana fa, e continuo a rimasticarmelo in testa. Le inquadrature finali, soprattutto.
Il film è meraviglioso, una delle cose più belle viste di recente - e la storia è vera, raccontata sulla base di un libro che negli Stati Uniti è un cult da tanti anni.
(Se non sapete come finisce, smettete di leggere oppure non mi rimproverate se poi parlo del finale).
La cosa che non mi torna è il dibattito che ho in testa, tra romanticheria (post)adolescenziale, e sacrificio della propria vita per qualcosa in cui si crede. Che poi, non è detto siano cose così diverse.
Diceva il poeta, per delicatezza ho perduto la mia vita.
Eccoci, siamo qui.
Pensare di sopravvivere in Alaska con mezzo sacco di riso, senza una mappa e l'equipaggiamento giusto, per chi ha provato anche poco (come me...) a fare su e giù per i monti, è un'idiozia. Lo dicono anche gli abitanti del posto, già molto incazzati per i mille ragazzi circa (e adesso aumenteranno a dismisura...) che ogni anno vanno in pellegrinaggio fino al bus / rifugio di caccia dove Chris McCandless, il protagonista vero della storia, è morto per denutrizione, a 15 miglia da un'autostrada, e soprattutto a poca strada da una cremagliera che lo avrebbe potuto portare facilmente dall'altra parte del fiume gonfiato dal disgelo, nel momento in cui aveva deciso di tornare e non ci è più riuscito.
La gente che nella natura ci vive, non potrà mai accettare queste cose.
Però invece a noialtri che abbiamo assaggiato il vagabondaggio, abbiamo alzato il pollice e macinato chilometri con lo zaino, una storia come quella di Chris McCandless ci chiama a piena voce. E chiede conto di tutto quello che ci siamo rigirati in testa, durante tutta quella strada.
E' la storia di Francesco, che lascia ogni cosa e va a vivere coperto di sacco nelle macerie di San Damiano. E' Walden, andai nei boschi eccetera eccetera - sempre quello dell'Attimo fuggente. E' la voglia di essere niente, di "chiamare le cose col loro nome" come ci ripete il protagonista della vicenda, è il fatto di scoprirsi una docile fibra dell'universo.
Ci riesce solo la poesia, ad avvicinarsi al senso di questa maniera di vivere. E la poesia fa a pugni col buon senso, in un modo doloroso e instancabile, da sempre.
Il rimpianto è solo quello di non poter sapere cosa sarebbe successo nella vita di Chris, se fosse riuscito a tornare. O forse, così sarebbe stata solo una storia come tante?
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michele
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6:29 PM
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10 gennaio 2008
in rapida oportet scribere aqua
Oggi pomeriggio mi sono trovato, da solo, in una classe di un liceo classico.
I ragazzi (e dalla scrittura, soprattutto le ragazze), forse stimolati da qualche prof lungimirante, hanno riempito una parete, sotto l'insegna "ipse dixit", di fogli e foglietti scritti a pennarello colorato, pieni di citazioni di tutti i tipi.
Non manca naturalmente Federico Moccia e il suo 3msc, e nemmeno inaspettate citazioni di canzoni italiane (Guccini, Venditti, Masini... ma oh, siamo nel 2008?!) - ma da bravi studenti di liceo classico, soprattutto abbondano citazioni (in italiano!) da classiconi latini, o americani - e pochi italiani.
Hanno gusto, questi ragazzi - almeno, quasi tutti.
Ci sono le frasi di Nietzsche delle magliette, non manca il Che naturalmente, come non può mancare Hesse, e Gibran, e poi Ovidio e tanti altri.
E naturalmente, dato che fanno il liceo classico, avranno visto L'attimo fuggente, e si saranno identificati con i giovani protagonisti - che sono oggi, come si dice nel film, concime per i vermi
- e dritto dal film, c'è anche il buon Walden di Thoreau:
Mi viene da chiedermi quanti di questi cuori emozionati dai discorsi di Robin Williams, poi abbiano mai passato una notte sotto le stelle o si siano accesi un fuoco, ma non è di questo che volevo scrivere...
Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto.
Distrattamente ho buttato l'occhio ai fogli appesi, alle scritture colorate sul muro, ed è stata proprio una di queste a calamitarmi, e a costringermi a leggerle tutte. Era il vecchio numero 70 di Catullo, che ancora si fa scrivere a pennarello verde sul muro della classe:
quel che dice una donna all'amante bramoso
va scritto sul vento,
e sull'acqua che scorre veloce.
Dopo due millenni abbondanti, il ragazzo colpisce ancora, e ancora, generazione dopo generazione. Dritto in faccia, come era arrivato a me, lasciando un segno che ancora mi accarezzo con cura e indulgenza.
Fantastico, mi è rimasto un sorriso sull'angolo della bocca per tutto il pomeriggio.
15 settembre 2006
Lettera ad una giornalista appena morta
E' morta Oriana Fallaci.
Chi ha letto i suoi libri negli anni 70 e 80, ancora la menava con "la grande giornalista" eccetera eccetera. E adesso saremo pieni anche dei peana della gente "di sinistra" (una volta, trent'anni fa...), che oggi si piange addosso perchè (una volta, trent'anni fa...) aveva letto un suo libro e allora bla bla.
Oriana Fallaci per me è stata sempre sinonimo di conformismo, forse per analogia con quel che pensavo di chi me ne parlava: barricadera e revolucionaria quando i suoi lettori stavano (chissà perchè, tra l'altro) tra i barbudos de noantri - conservatrice e pure teo-con da quando viveva negli Iuessei, e sempre piena di saccenza e di convinzione di stare dalla parte del giusto, sempre e comunque... un bel ritratto del conformismo italiano degli ultimi quarant'anni almeno.
Una bella spina nel fianco di chi pensa che basti aver fatto una volta alcune battaglie, essersi schierati una volta per una causa giusta, per aver guadagnato per sempre la patente della Verità.
C'era un fascismo di fondo, pesantissimo, nelle ultime chiacchiere di questa donna: quello della guerra "sola igiene del mondo" come ai bei tempi del Pelatone; quello che reagisce all'attentato delle Torri gemelle mettendo sotto accusa un miliardo e trecento milioni di islamici in tutto il mondo, perchè distinguere e cercare di capire è tempo perso, e un capro espiatorio fa sempre molto comodo; quello che cavalca sempre e comunque il vento, seminando tempesta per vendere due libri in più e spacciando odio a piene mani per finire in prima pagina.
Troppo comodo pensare che fosse rimbecillita sotto i colpi del cancro e delle cure: era un progetto culturale, suo e di tutta quella melma da 3x2 che applaudiva vigorosamente al suo nuovo razzismo fascistoide, quando lei scriveva mostruosità su persone che avevano la grave colpa di essere islamiche... mostruosità assolutamente degne della propaganda antisemita del ventennio.
C'è da dire che almeno lei, come il Pelatone e tutti i suoi emuli di ogni tempo, non aveva perso le sue doti, mostrava i coglioni e la diceva tutta, e per questo piaceva tanto a tutti i fascisti-di-nascosto che abbiamo in questo povero Paese, e i Leghisti prima di tutti: gente che vorrebbe essere apertamente razzista ma non riesce perchè non avrebbe le palle di reggere alle critiche che si attirerebbe.
E allora si compra i libri della Fallaci e finalmente ha una auctoritas che spara razzismo e merda al posto suo, eccola qua, una grande scrittrice, una coscienza critica dell'Occidente addirittura, e prima "era di sinistra", vedi che siete voi che sbagliate?
Facile, no....
E pensare che in tutto questo, nessuno ricorda che l'articolo della sua roboante rentrée, sul Corriere dopo l'11 settembre 2001, era una risposta a un vero grande scrittore e grande corrispondente, uno che ha scritto, vissuto e parlato in punta di piedi, e che mi piace ricordare proprio oggi: uno che si chiamava Tiziano Terzani, e faceva delle risate bellissime insieme a chi parlava con lui.
Uno che ha scritto un libro bellissimo intitolato "Lettere contro la guerra", e l'ha anche spedito alla Fallaci come regalo.
Lei ovviamente glielo ha rimandato indietro.
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michele
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8:34 PM
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03 luglio 2006
Sotto pressione voglio il meglio, e meglio sto...
Qua i mesi passano, e uno si dimentica di stare al mondo per la troppa pressione.
Mi son fumato due mesi, maggio e giugno, senza quasi accorgermi del tempo che passava... non si può vivere così, eh? Banale, come recriminazione. Si può invece, anche se non fa molto bene alla salute.
Per fortuna almeno ho letto un po' di libri, ad esempio su questo ameno argomento della condizione di vita di una generazione c'è il nuovo lavoro di Aldo Nove, che in realtà è una raccolta di articoli usciti in precedenza su Liberazione... ma tant'è, fa impressione comunque: Mi chiamo Roberta ho 40 anni guadagno 250 euro al mese, è raccontato e scritto come nelle peggiori trasmissioni di tv-verità, cioè male, con la voce "vera" e stonata dei protagonisti della quotidianità decerebrata in cui stiamo; è una raccolta di storie di ordinaria precarietà, di fallimenti annunciati o anche no, di storie brutte o brutte storie.
Mi dispiace, sinceramente, che Aldo Nove abbia deciso di mettersi in secondo piano dietro a questi personaggi, perchè mi piace molto sentirlo/leggerlo parlare di sè... ma è il modo migliore per far parlare queste storie, per farle raccontare.
Come nelle peggiori trasmissioni di tv-verità, raccontano lo schifo di oggi e soprattutto la sensazione che sia sempre peggio, e la delusione dolorosa di chi dieci anni fa non si sarebbe mai aspettato di ritrovarsi così. Perchè ci hanno venduto gli anni 80 di seconda mano, e la favola bella di Reagan, Thatcher e amici vari, che chi vuole riesce, non è mai stata più falsa di oggi.
Come nelle peggiori trasmissioni di tv-verità.
Ma il problema è che in tv questa verità non si vede. Mai.
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michele
alle
12:59 PM
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